ladra di biciclette

il bike blog di una giornalista a pedali

Via Francigena in bicicletta: le 10 cose che non ti dicono e che è bene sapere

“Perché ho fatto la Via Francigena in bicicletta? Avevo voglia di prendermi un momento di totale libertà, vedere un pezzo d’Italia. Un progetto che ho chiamato Se-ce-l’ho-fatta-io, #secelhofattaio, senza alcuna apparente finalità“. La mia amica Monica Nanetti, giornalista e comunicatrice, donna ironica, tenace e di simpatica favella, è partita il 27 maggio, convinta, anche dopo una frattura di polso riportata qualche mese prima, che nonostante, le borse, il caldo, il peso della bici, ce l’avrebbe fatta. E così è stato. In 17 giorni di pedalata è arrivata, con la sua compagna di viaggio Annita Casolo, dalla Val d’Aosta in Piazza San Pietro. Le ho chiesto di raccontarmi ciò che della Francigena di solito non si sa.

1. La Via Francigena in bicicletta è segnalata, però…

Con un’altissima percentuale di strade tranquille e poco trafficate, l’itinerario della Via Francigena settentrionale, dal Gran San Bernardo a Roma, è ben indicato da appositi segnavia (adesivi bianchi e azzurri con un pellegrino inscritto in una ruota e la scritta “Ciclovia Francigena”). Non tutte le segnalazioni sono visibilissime e può capitare comunque di perdersi: a me è successo soprattutto dopo Vercelli e tra Montefiascone e Roma. Nel complesso, se aiutati dalle tracce gps sul telefonino, non c’è bisogno di essere fenomeni dell’orientamento per trovare la strada.

2. La tappa più dura non è la Cisa

Al guardare il percorso ci si preoccupa del Passo della Cisa, il punto più alto dell’itinerario, o della mitica salita che porta a Radicofani. Nessuno però ti prepara a quella che è davvero la tappa più massacrante. Passata Pontremoli e raggiunta Aulla, quando senti già profumo di mare e manca solo una ventina di chilometri a Sarzana, ti aspetti, in teoria, di pedalare in discesa. Invece no. Seguendo i segnavia, ti ritrovi, tra Ponzanello e Fosdinovo, catapultata su una stradella in mezzo ai boschi, senza un solo paese e neanche una fontanella d’acqua, per 10 disastrosi km, con un dislivello di oltre 600 metri. Una pendenza che, con le bici cariche, è un’impresa. Dieci 10 km spingendo la bici a mano sono davvero una faticaccia, per di più priva di soddisfazione. C’è sicuramente una logica in questo: la strada principale che collega Aulla a Sarzana è stretta, trafficata e piena di curve cieche. Però, che fatica…

3. Gli ostelli non sono un ripiego

C’è ostello e ostello: alcuni sono spartani al limite dello squallore, in altri casi si trovano veri gioielli di accoglienza: inseriti in contesti eccezionali, punto di incontro con altri viaggiatori, soste importanti per cogliere lo spirito del viaggio. Gli ostelli sulla Via Francigena hanno camerate e camere a due letti con bagno privato. Uno tra tutti: l’Ostello Sigerico di Gambassi Terme, all’interno di una pieve del 1100, davvero imperdibile.

Via Francigena in bicicletta: ostello Siferico Gambassi
La pieve-ostello di Gambassi Terme
4. Le bici da strada non sono l’ideale

Il percorso segnato prevede molti tratti sterrati (alcuni, specie nella Pianura Padana, anche con fondi sabbiosi) e parecchi chilometri di acciottolato su antiche vie romane, come sulla vecchia Cassia: straordinariamente suggestivi, ma di certo poco consigliabili per una bici da strada. In questi casi sono comunque possibili deviazioni su asfalto, ma sarebbe un peccato, sia perché allungano il percorso, sia perché così si perderebbero alcuni dei punti più belli del tracciato. In altre parole, una robusta mountain bike, anche se più pesante, è sicuramente il mezzo migliore. Una trekking bike con ruote fat è un’altra soluzione possibile.

5. L’ingresso a Roma è inaspettatamente semplice

L’arrivo in una città caotica come Roma era uno dei momenti più temuti che consideravo uno spiacevole passaggio obbligato per concludere il percorso davanti a San Pietro. Invece, a sorpresa, il percorso ciclistico della Francigena in bici si discosta dal tracciato ufficiale che interesserebbe le trafficatissime Via Cassia e Trionfale, per seguire per alcune decine di chilometri il Tevere lungo una piacevole e tranquilla ciclabile, ben tenuta e immersa nel verde. Si sbuca in città a Ponte Milvio. Da qui, altre ciclabili ben segnalate ti consentono di arrivare al Vaticano. Dopo di che, non resta che immergersi nel traffico romano; ma quella è un’altra storia…

6. La difficoltà maggiore è riportare le bici a casa

Quando sono partita, i timori e i dubbi erano moltissimi: sarei mai riuscita ad arrivare in fondo, come sarebbe stato il meteo, avrei avuto problemi meccanici e senso dell’orientamento? Ma non avrei mai pensato che la parte di gran lunga più faticosa, frustrante e costosa del viaggio sarebbe stata quella del ritorno. C’è una bella differenza, infatti, tra quanto dichiarato dalle ferrovie e quanto accade nella pratica. Italo accetta solo bici pieghevoli e ben chiuse in sacche di misure definite, tipo bagaglio a mano, per intenderci. Più possibilista Trenitalia: i regionali ammettono le biciclette. Per raggiungere Milano da Roma in questo modo bisogna effettuare almeno tre cambi. Gira voce che alcuni Frecciarossa accettino le biciclette, purché smontate e contenute in apposite borse. Peccato che non ci sia modo di scoprire quali siano questi treni. In ogni caso, la procedura ti costringerebbe a:

  • recuperare una borsa da bici da qualche parte
  • portare il tutto pedalando fino alla stazione
  • nel caos della stazione, trovare un posto dove smontare e imballare la bicicletta, sperando che sia tutto regolare visto che il sito di Trenitalia non fornisce specifiche

Morale: ho portato la bicicletta da uno spedizioniere e me la sono poi ritrovata a Milano. Con una spesa non indifferente.

7. Le credenziali danno dipendenza

Prima della partenza, ti viene consigliato di acquistare (on line o presso punti autorizzati di distribuzione) le credenziali: una sorta di passaportino ufficiale che costa 5 euro, da far vidimare nelle chiese o in altri punti di accoglienza, che ti dà una sorta di status ufficiale di pellegrino. Confesso di avere inizialmente snobbato la cosa: non ho percorso la via Francigena per motivi religiosi e della qualifica di pellegrina pensavo di poter fare tranquillamente a meno. Sono poi tornata sui miei passi quando mi sono resa conto che le credenziali sono anche utili, non foss’altro perché ti consentono prezzi agevolati in molti ostelli e ristoranti. La realtà è che, dopo un paio di giorni, si scatena la febbre del collezionista di timbri: tutti diversi, tutti (o quasi) bellissimi, tutti capaci di ricordare un luogo particolare. E così ti ritrovi, inaspettatamente, a impiegare una fetta non indifferente del tempo ad aspettare davanti a un ufficio turistico o vagare per la sacrestie di qualche remota abbazia. Tutto per un timbro in più… All’arrivo, un apposito ufficio accanto al colonnato di San Pietro, ti rilascia poi un’intera pergamena.

Via Francigena in bicicletta: arrivo in piazza San Pietro
Monica, a sinistra, e Annita, all’arrivo in Piazza San Pietro
8. La Via Francigena nasce da un’azione “guerilla”

La Francigena ciclabile nasce da un’operazione “pirata”: l’apposizione di 6000 segnavia, non autorizzati dai comuni, ma tollerati dal Codice della Strada, sul tracciato mappato da Alberto Conte di Sloways. Nel 2015, un progetto di crowdfunding lanciato da Sloways in collaborazione con Ciclica.cc, raccoglie 12.000 euro a copertura dei costi di comunicazione e dell’apposizione della segnaletica. Un’operazione “guerilla” durata tre mesi che ha fatto rivivere i mille chilometri dal Passo del Gran San Bernardo a Roma sulle tracce dell’abate Sigerico. Nel 990, dopo essere stato ordinato Arcivescovo di Canterbury, l’abate tornò a casa annotando su due pagine manoscritte le 80 località dove era fermato a pernottare. Con l’azione di segnaletica pirata del 2015, la ciclovia è diventata la più lunga, in Italia, interamente mappata. La buona notizia è che Sloways ha appena comprato ulteriori 1000 segnavia per farne la manutenzione.

9. Dove si fanno nuovi amici

Il top dell’accoglienza spetta a Silvana “Trilla” del negozio di alimentari Pane e companatico di Radicofani, che all’ora dell’aperitivo allestisce una “tavola dell’amicizia” offrendo a chiunque passi di lì vino, formaggi e salumi: la sua maniera per ringraziare i pellegrini per aver regalato al borgo una nuova vita. Tappa doc anche la Locanda di Saturno a Sutri: cena eccellente e viandanti di passaggio.

10. Le tappe del cammino storico sono rispettate?

La ciclovia rispetta il percorso storico? Alberto Conte che l’ha mappata, soprattutto nella parte non toscana dove già esisteva un gruppo di lavoro, ci ha detto di aver utilizzato il più possibile il percorso della Via Francigena pedonale, sovrapponibile alla ciclovia per il 50%. Lì dove le pendenza si rivelavano esagerate, il fondo stradale impossibile, ha cercato strade alternative, possibilmente su asfalto. Del tracciato storico sono state rispettate le tappe, non necessariamente o filologicamente il percorso. Monica ci ricorda, infine, che la Francigena è soprattutto una faccenda da camminatori: i ciclisti non rappresentano più del 20%. Il che non è un problema. Bisogna comunque tenere presente che non sempre le strutture sono adatte. Quando si cerca un posto per dormire è necessario specificare sempre che si ha bisogno di un ricovero al coperto per la bici, e non è scontato trovarlo. Ebbene sì, anche al caldo, pellegrini, viandanti e cicloturisti cercano prima o poi un riparo. Dalle mille emozioni del giorno.

Via Francigena in bicicletta Monteriggioni
Il borgo murato di Monteriggioni, sulla Francigena
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