ladra di biciclette

il bike blog di una giornalista a pedali

Scarpette rosse per pedalare e dire no alla violenza sulle donne

Il 25 novembre, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, pedalerò con le scarpette rosse. In bici al femminile. Con scarpe rosse come il sangue. Come l’amore malato. Rosse come le tantissime scarpe che l’artista Elina Chauvet raccolse nel 2012, in un’installazione partecipata, davanti al Consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare i femminicidi perpetrati nella città di Juarez. Quelle scarpe rappresentarono le vittime della violenza, ma anche le donne che non le potevano più indossare. Zapatos Rojos si servì di scarpe donate, dipinte di rosso, colorate nel giorno dell’installazione. Fu la risposta di un’artista. E sono diventate ormai il simbolo del NO alla violenza di ogni tipo.

Scarpette rosse: dalla favola alla realtà

Ho preso le uniche scarpette rosse che possiedo, comprate a Buenos Aires dalla famosa ballerina di tango Guillermina Quiroga, e le ho portate al parco sotto casa. Le ho messe tra murale, foglie secche e acciottolato. E le ho lasciate parlare, prima di indossarle in bici. Tenendo le estremità al caldo e all’asciutto, le scarpe proteggono ciò che ci tiene in piedi. I piedi, scrive la psicoanalista Clarissa Pinkola Estes commentando la favola Scarpette Rosse in Donne che ballano con i lupi, “rappresentano la mobilità e la libertà: avere delle scarpe è essere fermi nella proprie convenzioni, è avere i mezzi per agire di conseguenza. La verità psicologica di Scarpette Rosse è che l’esistenza piena di una donna può essere spiata, minacciata, rubata, se non trattiene o recupera la sua gioia fondamentale”. La perdita delle scarpette che danzano rappresenta nella fiaba la perdita dell’esistenza prescelta e della vitalità appassionata. Nella realtà, la violenza degli uomini può significare la perdita del volto, di un arto, della mobilità, di un figlio in pancia. Della fiducia nell’esistenza. Della vita stessa.

scarpette rosse contro la violenza sulle donne mariateresa montaruli

La Giornata contro la violenza sulle donne

L’istituzione da parte dell’ONU della Giornata contro la violenza sulle donne risale al dicembre del 1999: la data scelta fu quella dell’assassinio, avvenuto nella Repubblica Dominica del dittatore Trujillo, delle tre sorelle Mirabel accusate di essere rivoluzionarie. Furono torturate, strangolate e buttate in un burrone. Per l’ONU, la violenza sulle donne è uno dei meccanismi sociali adottati per mantenerle in posizione subordinata rispetto agli uomini. L’Organizzazione delle Nazioni Unite rivela che il 35% delle donne ha subito una qualche forma di violenza fisica e sessuale, ma solo 119 Paesi hanno adottato leggi sulla violenza domestica. In Italia è l’Istat ad affermare che sono quasi 6,8 milioni le donne ad aver subito violenza fisica o sessuale: una su tre tra le donne tra i 16 e i 70 anni. Non ho indagato a fondo tra le mie amiche cicliste, ma so per certo che in tante hanno paura di pedalare da sole, al buio, di notte, in alcune zone della città. A me è successo di essere inseguita da un uomo con una bottiglia di birra in mano su una ciclabile in pieno centro di Milano. Un fatto che agli uomini non accade. Dopo 200 anni dall’invenzione della bicicletta, abbiamo ancora remore, timori e paure a pedalare da sole di sera. Ma la vera domanda forse è un’altra: a chi facciamo paura se siamo libere?

A chi fanno paura le donne libere?

A chi fanno paura le donne libere di decidere della propria vita, di andare e venire, di fare scelte consapevoli? In Arabia Saudita, tornando al tema di questo blog, andare in bici per le donne è legale solo dal 2013. Vestite in modo da non irritare la morale pubblica, secondo la modestia che l’Islam impone all’estetica, le donne di quel Paese possono andare in bicicletta solo in spazi circoscritti e ristretti come cortili o giardini: possono solo pedalare in cerchio, mai da sole e sempre accompagnate da un uomo. Praticamente si concede loro di giocare al girotondo. Un segnale di speranza, da quell’angolo di mondo, è arrivato per voce di una giovane araba 25enne, di nome Baraah Luhaid che di recente ha creato Spokes Hub, la prima community virtuale di ciclisti e cicliste che ha come base un negozio di biciclette e bike centre, un piccolo snodo di smistamento di informazioni sulla bici e i viaggi in bici. Pare che la fanciulla stia anche disegnando una speciale tunica da donne, con i pantaloni, per andare in bicicletta senza offendere i pregiudizi della cultura dominante. L’Arabia resta un paese in cui le donne libere fanno paura. Ma non è il solo.

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Scarpette rosse di ceramica nelle città

A dispetto di ciò, le scarpette sono tornate anche quest’anno, ma di ceramica: saranno protagoniste di mostre all’aperto, performance e flash mob, come voluto da Pupa Tarantini, assessore all’Artigianato e Industria a Oristano, in un’iniziativa contro la violenza sulle donne cui hanno aderito l’Associazione Italiana Città della Ceramica e il creativo Gavino Sanna. Le scarpette rosse di artigianato artistico verranno collocate in spazi urbani in 11 città dell’Associazione. Monito a ricordare.

Flashmob in bicicletta con le scarpe rosse

Noi donne in bici vogliamo essere libere. Anche dalla violenza di genere. Il prossimo 25 novembre, le donne si riverseranno nella strade di Roma portando in piazza un Piano-strumento di lotta che ha come cardini l’autonomia, la libertà, la solidarietà, l’autodeterminazione e la giustizia sociale, con l’ashtag #MeToo trasformato in #WeTogether. A Milano, alle 15 in via Tadino 23, verrà proietterato il documentario Futuro è donna. Alla stessa ora, alla Casa delle Arti, nello Spazio Alda Merini in via Magolfa 32, verrà inaugurato il secondo Wall of Dolls – il primo si trova in via De Amicis 2 angolo corso di Porta Ticinese – il muro cui ciascuno può appendere una bambola di pezza. Il flash mob nazionale si terrà alle 18 in piazza Duomo. Io ci andrò in bicicletta. Con le scarpette rosse. Vi unite?

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