ladra di biciclette

il bike blog di una giornalista a pedali, 3° premio Blog Adutei 2019, Giornalista Amica della Bicicletta Fiab 2018

La Storia sociale della bicicletta: pop, moderna e poco femmina

“La bicicletta è uno dei simboli più pregnanti della cultura popolare italiana. Dai primi del ‘900 è stata emblema di modernità e innovazione, il mezzo con cui per la prima volta, si quadruplicò la velocità oraria dei piedi”. A parlarmi è Stefano Pivano, professore di Storia Contemporanea a Urbino, “storico dell’immaginario”, autore di volumi su Coppi e Bartali, sul Touring Club Italiano e sul ruolo della Storia nella musica leggera. A firma del professore esce oggi per Il Mulino il volume La storia sociale della bicicletta, lo strumento che evoca “l’immagine del volo, la leggerezza, il vento in faccia, il movimento e la modernità”. Inventata a Mannheim nel 1817 dal celebre Barone Karl Drais, la bicicletta assume la forma che conosciamo nel 1885 e solo intorno al 1890 comincia a essere utilizzata dalle donne italiane. Nel 1889 era stato l’inglese Starley Brothers, marchio di macchine da cucire, a Coventry, a produrre la prima bicicletta da donna, con il tubo obliquo del telaio più basso.

storia sociale della bicicletta mostra figurine storiche

Storia sociale della bicicletta, sconveniente e modernista

Prima di allora, ma ancora per molto tempo specie nell’Italia dalla Toscana in giù, la bicicletta è stata ritenuta sconveniente: “scomponeva le vesti: dei preti, degli ufficiali e delle donne”. Non così in Francia. “Il convegno femminista di Parigi del 1896”, riferisce il professore,  “definisce la bicicletta «egualitaria e livellatrice»”. Sul finire del secolo, l’attrice Sarah Bernhardt concede la sua immagine alla pubblicità delle biciclette pedalando sugli Champs Élysées. Nel 1911, continua lo storico, “una sfilata di moda a Parigi segna l’esordio in Europa della gonna a pantalone”. Due settimane dopo, la cronaca del Corriere della Sera annotava che due donne, nella Galleria Vittorio II a Milano, erano state letteralmente assediate per aver osato vestire quello strano ibrido tra gonna e pantaloni che il mondo anglosassone e francese aveva già, non senza difficoltà, sdoganato. Nel 1895, il poeta simbolista Stéphane Mallarmé, dialogando con Charles Morice per Le Gaulois, così rispose alla domanda su come debba vestirsi una donna per andare in bicicletta:

Que préférez-vous du pantalon masculin ou de la jupe, au triple point de vue de la beauté, de l’hygiène et de la correction?
Je ne suis, devant votre question, comme devant les chevaucheuses de l’acier, qu’un
passant qui se gare, mais si leur mobile est celui de montrer des jambes, je préfère que ce soit d’une jupe relevée, vestige féminin, pas du garçonnier pantalon, que l’éblouissement fonde, me renverse et me darde.

Preferisce i mascolini pantaloni o la gonna, dal triplice punto di vista di bellezza, igiene e decoro?
Di fronte alla sua domanda, così come al cospetto delle cavallerizze dell’acciaio, non sono che un passante che si scansa, ma se il loro fine è quello di mostrare le gambe, preferisco che sia il sollevarsi di una gonna, elemento femminile, e non i pantaloni maschili, a incantarmi, sconvolgermi e trafiggermi.

figurina biciclette d'epoca

La bicicletta portatrice di tutti i mali

Così, mentre il resto del mondo (evoluto), pur con le sue titubanze, elevava la bicicletta a simbolo delle istanze emancipatorie femministe, mentre le suffragette alla ricerca del voto femminile in Gran Bretagna usavano e sbandieravano la bicicletta come strumento amico e liberatorio, mentre il sociologo statunitense Thorstein Veblen, a fine 1800, definiva il corsetto l’impedimento più efficace a ogni
attività fisica utile, al pari della gonna o dei tacchi delle scarpe, l’Italia più conservatrice e cattolica, le femministe stesse, non capirono, anzi negarono, la portata rivoluzionaria della semplice bicicletta. Illustri ginecologi e medici di famiglia si congregarono e fecero portavoce di una decisa opposizione accusando la bicicletta di essere portatrice di diversi mali: la masturbazione, l’erotomania, le vertigini, gli sbocchi di sangue, le febbri e addirittura le morti improvvise. Invece, nel Nord Europa, un manualetto d’uso recitava: 

Non corsetto porterai ma soltanto un bel bustino.
Giarrettiera non avrai; reggicalze di nastrino.
Brache a sbuffo indosserai sotto un corto vestitino.
Paltò e cuffia sceglierai, velo e guanti per benino.
Di vestire eviterai, come un uomo o un damerino.
Poi scarpette calzerai, che dian aria al tuo piedino
Sul manubrio fisserai, per la sosta un giacchettino.
Sì addobbata spingerai senza fretta pian pianino.
Ogni giorno tu farai poche leghe di cammino.
D’un gran sonno dormirai fino al prossimo mattino.

A Ferrara, nel 1902, il primo evento di donne in bici

Nel 1900 si contavano in Italia 109.019 biciclette per un Paese di 23 milioni di cittadini, nel 1919 ben 1.363.936; venti anni dopo 4.935.000. “Nel maggio del 1902 il Touring Club“, leggo nel capitolo di Pivato La donna in bicicletta, una stonatura umana, “promuove un convegno a Ferrara. La scelta della cittadina emiliana viene giustificata dal fatto che (in città si contino) a centinaia le cicliste. L’intervento ufficiale delle Signore cicliste – recita la circolare di invito – porterà un delicato profumo di poesia e sarà argomento, non di incomposte allegrezze, ma di cavalleresca cortesia, d’ordine e di civile urbanità”. Le fotografie della manifestazione mostrano donne cicliste che, vestite in maniera inappuntabile con la gonna fino ai piedi e il cappellino, sfilano incolonnate per le strade di Ferrara (anche oggi tra i comuni più ciclabili d’Italia). L’evento costituisce la prima esibizione ufficiale di donne in bicicletta”.

Leggi anche il mio articolo 90 grammi di femminilità: storia della gonna in bicicletta.

Le biciclette durante il Fascismo e nella Resistenza

Nell’Italia del Fascismo la povera bicicletta viene riscattata dal bisogno del Regime di avere donne forti e sane, educate alla ginnastica. Gli anni ’30 e ’40 del Novecento vedono la bicicletta compagna indispensabile degli andirivieni legati al lavoro delle braccianti, specie nel Nord Italia fino all’Emilia Romagna. Durante la II Guerra è compagna inseparabile delle donne “staffette” della Resistenza che  così trasportano documenti ed esplosivi, tanto da provocarne, nel ’45-’46, il divieto di circolazione.

figurina con tandem d'epoca

“Perturbante elemento di modernità”, la bicicletta viene in parte dimenticata nel boom economico del II Dopo Guerra. Il simbolo della ripresa di quegli anni è la Vespa che, con Vacanze Romane, celeberrimo film del 1953, diventa anche l’emblema di un certo tipo di vacanza in Italia e di uno stile di vita dolce.

La vita vera, non dolce, della bicicletta

Mai compagna di dolce vita, piuttosto protagonista, con Ladri di biciclette (1948) del neorealismo cinematografico italiano e della fatica di sbarcare il lunario, “la bicicletta”, conclude il professore, “è oggi portatrice di un nuovo umanesimo”: di felicità gentile, di moderna sostenibilità, di uno stile di vita più sano e compatibile con il grido di allarme di Greta Thunberg. A chi come lei grida “ci state rubando i sogni” dico: non rubateci le biciclette. Sul telaio, facendo a meno delle mollette di plastica, noi donne cicliste appendiamo sogni e progetti. 

biciclette d'epoca in figurina pubblicitaria

La mostra delle figurine a Modena

Le foto di questo articolo sono state concesse dal Museo della Figurina di Modena, a Palazzo Margherita, dove, fino al 13 aprile del 2020, è in corso la mostra BICI DAVVERO! Velocipedi, figurine e altre storie, sulla storia della bicicletta raccontata con 350 pezzi tra album e figurine. A cura di Francesca Fontana e Marco Pastonesi (autore di La leggenda delle strade bianche citata in un mio precedente articolo sulla Gravel), la mostra si apre con una sezione storica che celebra il Barone Karl Drais, Pierre ed Ernest Michaux che nel 1860 applicarono i pedali alla ruota anteriore. Le figurine documentano le gonne pantalone e gli stivaletti indossati dalle prime cicliste. La mostra prosegue con copertine di riviste, cartoline e bolli tratti da cartelloni pubblicitari delle bicicletta dell’epoca. La sezione “Attenzione, ciclisti in giro” propone figurine ironiche del primo del 1900 che raffigurano cani che azzannano ruote, ingorghi e capitomboli. C’è infine una sezione dedicata al ciclismo, con le immagini dei campioni, e una vetrina che omaggia Fausto Coppi di cui, nel 2019, ricorre il centenario della nascita.

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