ladra di biciclette

il bike blog di una giornalista a pedali, premio Giornalista Amica della Bicicletta Fiab 2018

Campagna sulla Sicurezza Stradale in bicicletta: perché ai social (e a me) non è piaciuto il video

Una campagna sulla sicurezza stradale in bicicletta è necessaria e sensata. I ciclisti morti per strada, nel 2016, in Italia, sono stati 275, i feriti 16.413, il numero delle biciclette coinvolte 17.394 (dati ACI). Le bici interessate a incidenti nei Grandi Comuni (Roma, Milano, Torino, Trieste, Genova, Venezia, Verona, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Catania, Messina) sono state 2.842. Per Roma si parla di 249 biciclette, 6 morti e 235 feriti; Milano conta 1.027 bici, 5 morti e 978 feriti. Un foglio xls dell’ACI che approfondisce il tema rivela altri dati:

  • 7.260 biciclette sono state coinvolte in incidenti sui rettilinei
  • 3.616 in corrispondenza di incroci
  • 2.448 a intersezioni segnalate
  • 1.677 a rotatorie
  • 882 a intersezioni con semaforo o vigile
  • 879 in curva
  • 161 in pendenza
  • 47 su dosso o strettoia
  • 36 in galleria illuminata
  • 12 in galleria non illuminata
  • 2 ai passaggi a livello

Attenzione poi al venerdì, al mese di luglio, alle strade extraurbane e alla fascia oraria tra le 14 e le 17, momenti e luoghi in cui avvengono, per tutti i veicoli, i più numerosi incidenti.

6 video tutorial sulla sicurezza stradale dei ciclisti

Per dare una risposta a questi numeri, si sono seduti a un tavolo la Fondazione Ania costituita dalle maggiori compagnie di assicurazione, Federciclismo, la Polizia di Stato e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ne è scaturito il progetto “Sicuri in bicicletta” presentato il 14 febbraio al CONI, il cui trailer, diffuso sui social, ha già sollevato un polverone di critiche. Rimanendo ai fatti, l’iniziativa prevede la distribuzione di 6 tutorial girati a Vicenza rivolti ai ragazzi che si spostano in bicicletta in città e ai giovanissimi iscritti delle società sportive che si allenano su strada. Girati da uno o più video maker di cui la FCI non rivela il nome, curati concettualmente da Maurizio Ciucci, coordinatore del settore giovanile della Federazione, in collaborazione con la Polizia di Stato, pagati dall’ANIA (che non intende divulgarne il costo), i video saranno mostrati in incontri formativi con le scuole primarie e medie in tutta Italia e con le società sportive. Il primo appuntamento è stato fissato ad Ancona per il 17 marzo.

La campagna per i ragazzi non cita il bike-to-school

La prima domanda che sorge spontanea è: perché una campagna sulla sicurezza stradale in bicicletta rivolta ai soli giovani? Il comunicato stampa dell’iniziativa parla di un target di “oltre 12 milioni di persone se si sommano coloro che ogni giorno usano la bicicletta per effettuare il percorso casa lavoro o per una pedalata nel tempo libero, con i 17.000 giovani atleti iscritti alla FCI”. I video tutorial andranno nelle scuole, ma, paradossalmente, non una volta si cita il bike-to-school.

La brava bambina e il ragazzo monello: W gli stereotipi

Perché è stato fatto circolare sui social un trailer triste e noioso, di tono istituzionale, in cui pedalano solo ciclisti in bici da corsa e due ragazzi espressione del più comune dei luoghi comuni, la brava bambina giudiziosa e il ragazzo monello? Vecchio, grigio e noioso, privo di voce narrante, autocelebrativo per la Polizia (che a Milano ho visto in sosta sulla ciclabile di via Molino delle Armi), perfetto per annoiare già al ventesimo secondo noi diversamente giovani (figuriamoci i ragazzi o i bambini), il tutorial ritrae una città, Vicenza, praticamente deserta, proposta in condizioni quali noi ciclisti non ci troviamo mai a pedalare se non in strade a bassissima percorrenza in campagna.

La colpa unilaterale dei ciclisti nella città deserta

Maurizio Ciucci della Federazione mi ha detto al telefono che “non potevano girare a traffico aperto”, per garantire la sicurezza ai ragazzi protagonisti del video. Una grande contraddizione in termini: il messaggio che passa è che solo in assenza di macchine e in osservanza di norme di comportamento corrette e unilaterali, cioè da parte dei soli ciclisti, si può pedalare in sicurezza. 

Manca l’identificazione (oltre alle ciclabili nelle nostre città)

Ciucci non sa o non si rende conto del perché il video è stato così mal recepito: “bisognerebbe chiederlo a chi lo ha visto. La sicurezza dipende anche dal comportamento del ciclista. Se corretto, si riduce l’area di rischio”. Un concetto che condivido: per chiedere correttezza agli altri veicoli sulla strada, in presenza di spazi condivisi, occorre diventare noi stessi testimoni di correttezza. Il primo video tutorial diffuso dopo il trailer cerca di illustrare questo tema dei comportamenti corretti e scorretti, contrapponendo la ragazza buona e osservante delle regole al ragazzo menefreghista e birichino sempre ritratti in condizioni di desertificazione, per lo più su piste ciclabili. Buono nelle intenzioni il video non provoca identificazione, non accenna al sensibilissimo tema della distanza da tenere da auto e portiere, non dà alcuna indicazione sulla convivenza con gli altri veicoli.

Se il video è stato mal recepito vuol dire che non funziona

Il tutto si risolve con l’attraversamento delle strisce pedonali, la circolazione su ciclabile o meno, l’uso del casco e del cellulare. Pedoni, auto, moto, zone pedonali, portiere che si aprono improvvisamente, strisce su cui si scivola, angoli morti, buche, pavè, rotaie e camion non esistono. Se si volevano fare dei “video legati al mondo della bicicletta”, come auspicava Ciucci, e non al mondo della strada  reale e condivisa, si poteva comunque fare meglio. Analizzare le condizioni e le cause di morte e incidente per mettere in guardia sulle condizioni più pericolose. Soprattutto non far passare il messaggio subliminale che il problema sicurezza è unilaterale, cioè è colpa solo di chi va in bicicletta. In estrema sintesi, una campagna di sensibilizzazione che viene fatta rimbalzare, rifiutata dal target, non centra l’obiettivo. 

Le bretelle flou: chi le ha viste?

L’opuscolo Sicuri e protetti sulle due ruote prodotto dalla stessa campagna e disponibile sui siti dei partner del progetto è decisamente fatto meglio, arricchito da illustrazioni e infografiche. Spiega che “avvicinarsi alle due ruote è una scelta sana“, che bisogna controllare manubrio, forcella, ruote e freni; che occorre imparare ad andare dritti senza modificare la traiettoria di pedalata. Bisogna usare il casco, evitare l’uso del cellulare, vedere e farsi vedere. “Consigliamo fortemente a chi si allena di indossare bretelle di colore flou con inserti rifrangenti anche di giorno“, cosa mai vista nei ciclisti delle associazioni sportive (devo però confessare che io le ho e le ho usate in città per anni). Ancora: “Gli allenamenti tecnico-tattici in gruppo (doppia fila, ventaglio ecc.) possono essere eseguiti solo in spazi protetti”. E conclude ovviamente facendo riferimento ai prodotti assicurativi che prevedono la copertura per le biciclette, garantendo assistenza in caso di infortunio, riparazione e indennizzo per i danno a terzi (del resto la campagna è pagata dall’Ania…).

Altri 3 video per nutrire il pensiero

Per concludere, vi lascio tre video. Il primo, prodotto dalla Federal Highway Administration statunitense, rivolto ai bambini delle scuole primarie: efficace, incisivo e divertente, con cartoni animati. Il secondo, trovato su Global Cycling Network, girato a Nizza in condizioni di realtà e indirizzato in modo efficace e puntuale ai ciclisti in bici da corsa. Il terzo video, frutto della campagna motivazionale This Girl Can tesa a incentivare la pratica dello sport femminile in Inghilterra, non c’entra niente con il tema della sicurezza. Ma fa capire come si fa un video. Sappiatemi dire.

campagna sulla sicurezza stradale dei ciclisti
Una delle immagini della campagna di Sport England This Girl Can
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