ladra di biciclette

il bike blog di una giornalista a pedali, premio Giornalista Amica della Bicicletta Fiab 2018

Afghan Cycles, il documentario sulle prime cicliste afghane, in arrivo in Europa in autunno

Tra le tante donne della bicicletta di cui mi piace raccontare c’è l’americana Shannon Galpin, produttrice del documentario Afghan Cycles che ho avuto il piacere di vedere in anteprima qualche giorno fa. Classe 1974, nel Colorado, a 17 anni, Shannon subisce violenza. Sull’episodio di stupro scriverà: “invece di fossilizzarmi su ciò che la violenza mi aveva sottratto, cominciai a rendermi conto di ciò che mi aveva dato: la forza di battermi per i diritti delle donne, soprattutto nei territori sottoposti a conflitto”.

Nel 2007, Shannon Galpin vende la sua casa ed è la prima donna nel 2009 a viaggiare in Afghanistan con una mtb. Nel 2012 incontra casualmente l’allenatore della prima e unica squadra nazionale di ciclismo femminile di quel paese. Una squadra che si allena nelle piane sassose del predeserto nascondendosi agli occhi del mondo. Il resto è storia: Shannon fonda in quegli anni la ONG Mountain2Mountain (non più esistente) con cui aiuta le donne a diventare catalizzatori di cambiamento. E comincia a pensare di produrre un film.

documentario Afghan Cycles

5 anni di riprese

Il documentario Afghan Cycles, della regista Sarah Menzies, americana di Seattle, girato in 5 anni e presentato in prima mondiale il 29 aprile 2018 a Toronto, al Canadian International Documentary Festival, riconosce alla bicicletta il ruolo di strumento a favore della parità di genere. In Europa, arriverà nell’autunno del 2018. In attesa, ho scritto a Shannon Galpin e scambiato due chiacchiere con Sarah Menzies su skype. Risponde Shannon:

Ho lavorato in Afghanistan per 10 anni, usando la bicicletta. Per anni, non ho visto nemmeno una ragazza in sella. L’Afghanistan è ancora un paese dove a donne e ragazze è negata la più elementare libertà di movimento. La bicicletta rappresenta la libertà nella sua accezione basica: l’essere in grado di muoversi e viaggiare. Fare questo film e continuare a lavorare in Afghanistan con la prima generazione che pedala mi ha dato la speranza che, con il tempo, in sella a una bicicletta, si potrebbe produrre una vera rivoluzione. Le ragazze in bici sono ancora una rarità, ma quelle che lo fanno esprimono gioia, divertimento e felicità. La gioia è qualcosa per cui vale la pena combattere. Le donne afghane hanno bisogno di norme sociali più evolute, che accettino la diversità degli obiettivi di una donna che vive nel 2018. Le donne qui sono potenti catalizzatori di cambiamento quando si dà loro l’accesso all’istruzione: diventano attiviste, fanno politica, consapevoli di rischiare la vita per creare cambiamento. Il cambiamento necessita a sua volta di pace e stabilità di governo. Fattori che, temo, ci stiano scivolando via sotto gli occhi”.

Afghan Cycles nelle parole della sua regista

La regista Sarah Menzies, 33enne di Seattle, incontra Shannon nella primavera del 2011, al Mountain Film Festival, in Colorado. L’anno dopo gira un cortometraggio sulla vita dell’attivista e della figlia in Afghanistan. La conoscenza delle ragazze del team ciclistico che rischiavano la vita ogni volta che si allenavano fa il resto. “Bisognava scavare più a fondo. Inspirare altre donne. Incoraggiarle ad andare in bici. Sentivo che dovevo condividere la loro storia”.

afghan cyclese documentario su Ladra di biciclette

In 5 anni di riprese, le ragazze, ognuna protagonista di un “episodio” del documentario, sono diventate delle giovani donne, continuando ad allenarsi su strade sempre diverse, mai allo stesso orario, su vecchie bici provenienti da paesi della vecchia Unione Sovietica che, “era già molto se avevano i freni”. Il documentario svela anche la loro vita privata e velata, nell’intimità della casa. Dichiara apertamente il desiderio di una vita diversa: più libera nei movimenti e dai pregiudizi.

La Storia si ripete

Alla giovane regista ho chiesto cosa avesse imparato girando Afghan Cycles. “Ho imparato che la storia si ripete: che nei paesi dove la sicurezza viene messa a repentaglio, i diritti delle donne sono i primi a regredire. In Afghanistan non è tecnicamente vietato andare in bicicletta: c’è un divieto culturale. Le ragazze erano obbligate a indossare sciarpe sotto il casco e tuniche che arrivavano al ginocchio: andavano a cambiarsi in luoghi appartati e lontani dalla città prima di allenarsi”.

“Tre di loro vivono adesso in Francia, studentesse e cicliste nel Nord del paese: due di loro, sorelle, hanno ottenuto l’asilo politico; la terza, la protagonista principale del film, nel suo paese minacciata di morte, era già fuggita durante un ritiro di allenamento in Francia. E adesso si allena con le altre”.

La storia dell’emancipazione della donna è una storia nuova. La storia della bicicletta ha solo 200 anni. La storia delle donne in bici è una storia nuovissima. Condividiamola. E, la prossima volta che inforcate una bicicletta, ricordatevi di quanto questo piccolo aggeggio, ha fatto per le donne. E cosa potrebbe ancora fare.

Il trailer del documentario è su Vimeo.

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